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Ciò che porterò a Tonalestate

1 luglio 2010 Nessun Commento

di Giovanni Lindo Ferretti

La musica nella sua complessità, dal creativo al promozionale al commerciale, sta scontando un eccesso e subendo una trasformazione radicale.
Chi può dire che cosa succederà ?
È che nessuno sa che succede; anche ciò che è stato è confuso, se non dubbio. La musica non sa più dire di sé, al di là del pettegolezzo, dell’iperbole e dello spot; ma continua a farsi.
Nel nostro mondo, occidentale e moderno, la musica è sovraesposta nella sua componente superficiale e commerciale, ma è sottostimata e sottoutilizzata nella sua componente fondamentale, quella di essere legame tra gli esseri umani nella loro diversità, legame tra la Terra e il Cielo.
Da bambino, volevo essere come mio padre, mio nonno, mio bisnonno, i miei zii, tutti quei Giovanni e Francesco ripetuti a ogni generazione, magari con un altro nome vicino, per distinguerli. Volevo essere non da meno di quelli che prima di me avevano abitato la mia casa, la mia famiglia. Erano vissuti allevando bestiame in quello spazio di montagna, su quella terra, sotto quel cielo, capaci di sopravvivere: quando va bene, facile; quando va male, più difficile, ma uguale. Capaci di intravvedere nuovi spazi e di frequentarli; ben disposti da sempre a una transumanza annuale, capaci di mettersi in viaggio volentieri e di perdersi, capaci di tornare di buona voglia. Là, la scoperta dell’America è stata più volte verificata. E “libertà, uguaglianza, fraternità” s’è portata via, col sogno imperiale di Napoleone, il giovane più intelligente e forte; da Londra è arrivata la prima enciclopedia moderna e popolare, con un po’ di romanzi anticlericali e repubblicani. Tradizione per gente di montagna: gente che “fa buio avanti sera”, gente da basto, da bastone, da galera, plasmata con fatica, nella civiltà europea, dal cristianesimo: non la croce, che per i poveri è la vita (ed è scandalo solo per i potenti e i sapienti); la dolcezza e la speranza della Madre con il bambino invece, dentro le case e sulle aie, ai crocicchi, al limitare di campi e boschi. Volevo piacere alle donne di famiglia, belle, di grande dignità, di potenza; in grado di reggere la vita comunque; capaci di sdegno e d’amore, amate e rispettate, d’animo nobile: accettate le lacrime, mai esibite.
Poi, le cose succedono perché devono succedere; c’è un grosso sforzo per seguirle, semmai. Costretto ad abbandonare la montagna come il 90% dei montanari, ho avuto accesso al mondo moderno: “boom economico” l’hanno chiamato. E, dato il luogo e il tempo, sono stato un giovane estremista, sciocco, stupido e di buon cuore. Non mi rinnego per quello che oggi sono; non posso che accettare e ringraziare quello che sono stato. E, solo dopo i trenta, avvenne che, non contento di me, tornai a casa: ciò che mi lega a questo orizzonte, a questo crinale, è la mia vita, infinitesimale, irripetibile individualità, incrocio significante di altri tempi; in questo spazio essenziale, solo un valore aggiunto.
In tutto ciò, la musica è più di ciò che mi ostino a praticare: la musica è un’arma, una medicina, un potere capace di parlare al cuore umano.
Ma è necessario farla uscire dai palazzetti, dagli stadi, dai teatri, dai luoghi recitanti: ed è per provare questa nuova “spazialità’ che ho volentieri acceduto all’invito di Tonalestate, dove la musica può occupare quell’indistinto che sta tra la terra che calpestiamo e il cielo che ci sovrasta, uno spazio che non ha confini, respirato da tutti, in cui è fiorita ogni diversità. La musica è patrimonio inalienabile della condizione umana e di ogni singolo essere umano: è un patrimonio che va conosciuto per quello che è (e non è tutto oro ciò che luccica), che va diffuso e che va amorevolmente difeso.
Per la Provincia di Reggio Emilia, sono direttore artistico del festival musicale dell’Appennino: lo faccio per rendere onore alla mia terra, per aiutarla a ripensarsi e a reinventarsi; e, in quel festival da me progettato per la popolazione delle mie montagne, “conFusion& 2002”, che comprende concerti pomeridiani, al tramonto, la sera e la notte, ho scelto tre sezioni musicali.
Ho chiamato la prima sezione, in modo volutamente provocatorio, “Faccetta nera”, per stravolgere quel canto (allora dichiarato e fatto popolare dal potere), che invitava, attraverso l’attrazione misterica della bellezza esotica, a un’impresa coloniale e di conquista; oggi, vorrei che, per amore alla bellezza e per una venerazione dell’umano al di là di ogni razza e di ogni luogo, ammirassimo quella “faccetta nera” che è la musica, sia tradizionale che contemporanea, dell’Africa, un’Africa delle meraviglie, dei ritmi, dei canti e di ogni colore.
Ho chiamato la seconda sezione “Le polveri di Bingling-Si”, polveri provocate dalla distruzione dei grandi Budda; essa è dedicata alla musica dell’Asia centrale, musica proveniente dal più grande e complesso sistema montuoso della terra, nell’anno internazionale delle montagne, con musica, canti e danze del Pamir.
Ho infine chiamato la terza sezione “Europa ai margini”, dedicandola quasi interamente alla musica dell’Ungheria, terra di incontro e di mescolanza tra oriente e occidente, nell’anno a lei dedicato dalla Comunità Europea.
Per la simpatia che mi lega alla compagnia di Tonalestate e per l’amicizia di “vecchia” data con il suo presidente, Maria Paola Azzali, porterò a Ponte di Legno qualcosa di ciò: in primo luogo, l’orchestra ungherese degli otto dell’Odessa Klezmer Band, con musica dell’Ungheria, tra oriente e occidente; in secondo luogo, i quattro del Michel Macias Quartet, che, pur venendo dalla Francia, ci portano la musica di un’Europa ai margini; e, in terzo e ultimo luogo, me stesso, che cercherò di dare la testimonianza di quanto l’incontro con i popoli più diversi e con le loro musiche è riuscito a maturare la mia esperienza artistica e la mia esperienza tout court.

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