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“i mendicanti diventeranno fratelli del re?”

8 agosto 2010 Nessun Commento

Ascoltando le diverse esperienze e le riflessioni che si sono succedute nelle ultime due giornate dei lavori del TONALESTATE, più volte, nel tentare di cogliere il significato di fraternità, è ritornata la parola solidarietà. La sua ricerca molto si intreccia con la liberté e l’egalité. Occorrerebbe poter essere precisi nell’uso e nelle modalità di tali parole per realizzarne qualche brandello.

Solidarietà è questione di identità. Una comune appartenenza all’umanità fa di un uomo sofferente, che giace sanguinante di qualunque ferita nel corpo e nello spirito, un mio simile, un essere che ha la mia stessa dignità e il mio stesso bisogno. Non una classe, una appartenenza di sangue, un credo politico, una religione sono garanti della fratria e, anzi, a volte, l’organizzazione significa un passo indietro nella civiltà rispetto a quelle che possono essere semplici pulsioni individuali. Questa originaria identità è intaccata dal vecchio metodo del divide e impera, e “tutte le volte che sento qualcuno predicare la divisione, mi sembra di vedere l’ombra della dittatura” (Aldo Giobbio).

Il legame, nel trinomio coniato dalla Rivoluzione francese, è molto stretto perché esperienze come Auschwitz dimostrano che si può essere tutti uguali ed essere devastati da tale uguaglianza. Lo spazio della libertà è indispensabile. Come lo è la fraternità per poter costruire una società solidale. Uno Stato ha garantito l’uguaglianza agli Ebrei, non la fraternità: dopo la shoa non sono più “altro” nella società internazionale, hanno ceduto tale posto ai mussulmani. Nello stato d’Israele, gli arabi hanno diritti civili, ma, per non far parte della fratellanza del paese, hanno un’uguaglianza limitata, fittizia che sempre viene rimessa in questione.
Solidarietà è questione che viene dall’alto perché riguarda il più debole, la sua possibilità di essere uguale al proprio vicino, ma comporta rischio perché può essere vissuta nell’idea di doversi mettere al suo posto per dettare le modalità del suo vivere, le forme della sua rinascita, le condizioni del suo riscatto. La strada non è questa. Ancora una volta è approfondimento della propria identità, che può permettere a un israeliano di conservare la propria cultura, abitudini, tradizioni religiose, mettendosi vicino a un palestinese, per battersi con lui, non al suo posto, ma, anzi, “un po’ dietro a loro” (Michel Warschawski).

Essere parte di un compito, essere all’opera per dare forme alla speranza, nella convinzione che le nostre vite non sono in alcun modo fuga dal mondo con tutte le sue esigenze e le delusioni, le sue gioie e la sua bellezza. Ci immergiamo in questo mondo perché non abbiamo altra scelta- la nostra umanità non ci lascia altra scelta. Dobbiamo basare la nostra vita su questo pesto e malconcio mondo per il quale un uomo, Gesù di Nàzaret, ha sofferto ed è morto (come hanno fatto molti altri prima e dopo di lui). Siamo chiamati ad impegnarci per la vita del mondo, per quella parte del mondo affidato a ciascuno di noi, con lo stile che fu di quell’Uomo: “senza arroganza, nessun dito puntato, nessun orgoglio, solo un servizio d’amore che implora per la comprensione; un dono di sé, un dono per l’altro, un regalo al tuo mondo, un regalo al tuo Dio”. (Donald Moore).

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