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N’est-ce pas fou de parler de fraternité a propos de Jerusalem?

9 agosto 2010 Nessun Commento


Dominique Vidal con Michel Warchawski hanno dibattuto, moderati da Michel Ocelot, della sorte dei due popoli della terra santa e, insieme, della speranza di una soluzione ancora tanto invocata e solo timidamente perseguita.
Vi sono alcune circostanze che bloccano la strada a una soluzione del conflitto israelo-palestinese: una prima è l’inasprimento della politica dell’attuale governo israeliano, il più estremista della storia del paese, che si oppone a uno stato palestinese e ai negoziati che potrebbero condurre alla sua istituzione, cheincentiva la colonizzazione, che rafforza l’esercito in vista dell’espulsione degli arabi e promuove un’impressionante propaganda bellica.
Ma un secondo motivo di impasse riguarda le divisioni in Palestina: la frattura del movimento nazionale palestinese che va dalla strategia alla politica, dalla religione all’ideologia. Si arriva perfino agli attentati da entrambe le parti così i due movimenti palestinesi continuano a sprofondare in una logica suicida.
Accanto a questo, ci sono tuttavia, importanti, seppur timidi, passi in avanti. La chiave sarà il fatto della mancanza di alternativa per Israele, stretto anche dall’aumento demografico arabo e dalla inevitabilità di una scelta tra la proposta di uno Stato democratico o di uno esclusivamente giudaico.
Dopo l’offensiva di Gaza e l’attacco alle navi della freedom flottilla, la politica israeliana è isolata in campo internazionale. Non solo pare che vi sia una severità maggiore dell’opinione pubblica mondiale a riguardo degli avvenimenti recenti, ma aumenta anche il nervosismo delle nazioni e ciò potrebbe consentire uno spostamento del problema dal campo regionale a quello internazionale; le nazioni del mondo arabo paiono anch’esse dare qualche segnale di apertura in tal senso. 
Per la prima volta, i dirigenti israeliani sono stati accusati di crimini di guerra che potrebbero esporli ad arresto (come è avvenuto a Londra, tanto da sconsigliare a Tzipi Livni il suo viaggio già programmato) e, infine, c’è il cambiamento della presidenza americana. 
È realista pensare che la condizione della pace sia Washington nel senso che, solo quando gli USA si allontaneranno da Israele, l’isolamento sarà reale e la questione si porrà con serietà. Il discorso di Obama al Cairo e la sua richiesta di bloccare la colonizzazione, ha mosso lobby israeliane negli States sulle riforme interne, soprattutto quella sanitaria, ma Obama si farà intimidire? Senza tralasciare il fatto che l’intransigenza israeliana, secondo quanto dichiarato apertamente dal generale Petraeus, compromette le possibilità americane in Iraq, Afghanistan e Iran, tutti dossier delicati per Washington.
Ci sono anche responsabilità da parte europea che è rimasta ferma alla politica di Bush, ma ci sono forme di pressione che le nazioni europee possono porre efficacemente in essere. Un esempio riguarda la commercializzazione dei prodotti israeliani: Israele importa, senza tasse, dall’Unione europea il 37% delle proprie importazioni e vi esporta il 35% delle esportazioni. Accusare Israele di aver infranto i trattati internazionali comporterebbe il lievitare dei prezzi a causa delle immediate ripercussioni fiscali che sarebbero una vera spada di Damocle per il governo israeliano. Già ora i governi britannico e irlandese esigono che si etichettino in modo specifico i prodotti di Israele e quelli delle colonie. Il principale fondo pensionistico danese e la Danska bank hanno ritirato i propri investimenti dalle colonie, una delle compagnie implicate nella costruzione della nuova linea tranviaria della colonizzazione di Gerusalemme prospetta di vendere le proprie quote e la cantante Noah, che ha sostenuto pubblicamente l’offensiva a Gaza, ha dovuto annullare il concerto di Barcellona per la contestazione con cui è stata accolta. La sensibilizzazione della gente sulla necessità di imporre una via al processo di pace, al di là di ogni appartenenza, può consentire passi da gigante. Siamo esseri umani e perciò ci battiamo e gridiamo la nostra opposizione, per quanto possiamo ritenere di essere poco influenti sulle grandi decisioni politiche.
Raniero la Valle ha introdotto anche altre ragioni che pesano, a suo modo di vedere, sulla situazione in Palestina.
Se, in termini politici, dice il dott. La Valle, la costituzione di due Stati sembra così ragionevole, ad opporvisi è il fatto che uno dei due è lo Stato ebraico, anche nella sua forma laica. Uno Stato che rivendica un diritto sacro su una terra promessa da Dio. Tali assoluti religiosi non sono ancora negoziabili e ciò coinvolge tutti i punti nodali del conflitto: Gerusalemme, la questione dei rifugiati, lo statuto, i Territori. Non esistono forze in campo che abbiano mai osato porre nella giusta considerazione tale realtà storica. Il dialogo non potrà che essere, oltre che politico, anche interreligioso. 
Un secondo delicato motivo di scontro (anch’esso molto sottaciuto) riguarda la Shoa perché, secondo il nostro Relatore, senza di essa gli ebrei non si sarebbero mai risolti a dare un’accelerazione politica alla prospettiva messianica. Dopo il genocidio, il ritorno a Gerusalemme è diventato un obbligo e così è stato costituito uno Stato per gli ebrei. Il sionismo nazionalista ha trovato una sua legittimazione dal sionismo religioso. 
Ma la Shoa, se può essere considerata una radice del conflitto, può anche diventare motivo di conclusione. Quando su quella terra si farà la pace, la Shoa sarà finalmente finita: la pace consentirà di gridare “mai più” e sarà un grido rivolto a tutti i popoli minacciati della terra. 
Ci sono due passaggi obbligati. Il popolo palestinese, dei martiri, deve riconoscere che la violenza suicida non può che generare tragedie: si lascino le armi e si scelga la vita per sé e per il nemico.
Di contro, Israele abbandoni il sogno del Grande Israele, dal mare al Giordano, perché tale concetto di sovranità impedisce la democrazia e la sicurezza degli israeliani.
La componente religiosa deve fare uno sforzo sui propri assunti, per reinterpretarli, senza rinunciare alla propria tradizione o identità, abbandonando l’idea dei palestinesi come uno dei popoli stranieri citati dalla Bibbia, giacchè c’è un ebraismo delle genti, della pace, della convivenza, dello straniero, che può accettare di vivere con l’altro da sé.

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