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Caminante no hay camino

8 agosto 2011 Nessun Commento

Gian Guido Folloni, presidente dell’Istituto italiano per l’Asia, ritiene che l’era post americana (così dicemmo al Tonalestate 2008) apre un nuovo crogiolo di culture, in cui tutta la geopolitica sarà ridisegnata. Tutto torna in gioco. Questo non era allora, e non è oggi,  antiamericanismo, ma l’osservazione di ciò che accade con il declassamento dell’economia americana sanzionata dai mercati finanziari. Così per il nord Africa e per la Siria, dove c’è un pre-allarme generale e dove si ripete il rituale che abbiamo visto con la Libia. In questi paesi, più che di primavera araba, si parla di stallo e le rivolte arabe avranno ripercussioni su di noi. E i barconi ne sono un esito, a volte drammatico. Il nostro e il loro futuro sono legati. Un giovane arabo tunisino che vende le sue merci privo di permessi, viene percosso e umiliato. Di lì a poco si dà fuoco e inizia una insurrezione. I giovani scendono in piazza. Altre ingiustizie vengono documentate su facebook, altre piazze vengono occupate, come in Egitto, e a nulla valgono le cariche dell’esercito: Mubarak si dimette. Tunisia, Egitto, poi la Libia e l’interevento della comunità internazionale, mentre altri focolai sono accesi nella regione medio orientale in cui riprendono spazio politico i Fratelli mussulmani. Le rivolte arabe hanno posto una nuova domanda: i giovani, se pur nelle differenze tra paese e paese, chiedono lavoro, democrazia, libertà e le dimissioni dei governi in carica. Ma è tutto contestuale e largamente imprevedibile e imprevisto. Piazze reali portate nella piazza virtuale di internet e dei nuovi media. Ma i problemi dei singoli paesi non sono gli stessi. Così le proteste e le piazze sono diverse. Il filo comune è la richiesta di apertura delle frontiere e di possibilità di espressione, di nuovi diritti di cittadinanza, di uscire dall’ingessatura della comunicazione. Siamo, prevedibilmente, all’inizio di cambiamenti di lunga durata. I cambiamenti che l’Europa ha vissuto dalla caduta del muro stanno raggiungendo il mondo arabo e portano il mondo intero verso nuovi equilibri, come dimostra l’attuale crisi finanziaria. Nulla resterà come prima, si fisseranno nuove regole di cittadinanza, anche nella vecchia Europa. A nulla servirà rispolverare politiche coloniali. Occorre prendere atto, al contrario, di queste rivolte e comprenderne la portata. Si sta profilando un’economia che non vede più l’Europa in posizione centrale, la spinta economica viene da Est, dall’Asia. Dobbiamo vedere come rimanere vivi e vitali, abbandonare le logiche finanziarie. Mentre le nazioni arabe sono al loro giro di boa, l’Occidente non è più al centro dell’economia. E non si vede il nuovo equilibrio.

Guido Barbera, presidente del CIPSI, Coordinamento di associazioni e di iniziative di solidarietà e di cooperazione, inizia il suo intervento parafrasando un verso di De André: “dall’oro non nasce niente, eppure tutti ci troviamo a rincorrerlo come fosse tutto”. Il suo intervento ha come titolo “L’Africa cammina con i piedi delle donne”. Il Cipsi si è infatti fatto promotore del progetto per l’assegnazione del Nobel per la pace alle donne del Continente africano. Che ha a che fare questa sua affermazione d’inizio con le donne africane? Barbera vorrebbe riuscire ad attirare l’attenzione del mondo su valori grandi della convivenza comune e pacifica o della famiglia. Un video a riguardo del Nobel alle donne africane con la presenza di Amy Stewart documenta segni concreti di speranza. Ci sono i movimenti in nord Africa che dicono di un risveglio, della volontà di uscire da un mondo vecchio, a partire dalla riscoperta dei legami più profondi, come quello tra madre e figlio o quello con l’ambiente. “In occidente abbiamo l’orologio, mentre in Africa hanno il tempo, quel tempo che noi perdiamo alla ricerca dell’oro. La donna africana provvede alla sua famiglia, alla nutrizione dei suoi, all’economia basandosi soltanto sulla propria iniziativa, e per questo proponiamo le sia riconosciuto il premio Nobel. Vive in relazione, non fa nulla da sola e sa stare insieme alle altre persone. Solo noi pensiamo ancora che sia il singolo a risolvere i problemi, mentre è nella relazione con gli altri che si affronta ogni questione”. A febbraio è stata depositata questa candidatura, non per il premio economico, ma perché l’opinione pubblica mondiale riconosca questa importante realtà e ne tragga una indicazione per attuare la svolta necessaria di cambiamento e di civiltà.

Dialogo tra Michel Warschawski e Dominique Vidal

Vidal: da qualche tempo in Israele è nato un movimento che ha dato vita a una grande manifestazione di piazza. Di cosa si tratta?

Warschawski: si tratta di milioni di persone nella strada che chiedono diritto all’abitazione. In Israele è in corso una speculazione immobiliare e uno smantellamento della vita pubblica. Ma la rivolta si rivolge all’insieme delle priorità messe insieme dal governo. Fin qui abbiamo avuto un liberalismo selvaggio, brutale arrogante e il più totale disprezzo per i poveri. Il movimento è un inedito;  non ha bandiera nè programma, non è di sinistra nè di destra, le sue relazioni con quel che resta della sinistra sono fragili, interpella il governo ed è composto dalle classi medie, incollerite contro le discriminazioni. Non è populista, fino a oggi. E non riguarda il conflitto con i palestinesi.

Vidal:. si tratta di rivendicazioni sociali, fatte dalla gente, non legate al conflitto. È un inedito.

Warschawski : infatti non c’è legame con il conflitto palestinese, ma da ora sarà diverso, perché il governo propone alle persone che non possono trovare alloggio di andare ad abitare nelle Colonie. Si offrono buoni vantaggi a chi compie tale scelta e si penalizza chi rifiuta. In questo modo una rivolta di tipo sociale in Israele tirerà inevitabilmente dentro il conflitto. Ma la gente contesta il governo e la sua superficialità. La parola che più viene gridata dalla gente è rivoluzione, non come programma, non come cosa definita, forse per un’influenza delle rivoluzioni arabe, sebbene non riconosciuta apertamente. La gente sta in piazza.

Vidal: mi sembra di capire che la gente si compromette senza che, tuttavia, ci sia un cambiamento. Il problema dell’alternativa non è semplice. Il capitalismo israeliano non ha una sua specificità, il condizionamento religioso è elemento di blocco, sia per chi crede, che per chi non crede (che crede comunque un diritto divino essere in quella terra). Dunque si resta bloccati. C’è però scontento, antipatia verso il governo. Come giudichi questo scontento e l’assenza di alternativa della sinistra? Eppure il partito laburista conta decine di deputati. Come in Italia, c’è scontento, ma esso non trova sbocco, rappresentanza. Come se ne esce?

Warschawski: tutti i commentatori intelligenti, e ce ne sono in Israele, hanno scritto che questa è l’ultima possibilità per la sinistra. Abbiamo una classe politica sclerotizzata. Il dilemma è aprirci verso la destra e diventare maggioritari? O verso l’elettorato arabo?

Vidal: C’è una forte mobilitazione, ma la gente non ha informazioni su quanto accade. Israele è isolata dal punto di vista diplomatico. Israele esiste, ma se vuole continuare a esistere dovrà trovare un accordo con i palestinesi (gli USA non avranno più le risorse per sostenere economicamente e militarmente Israele). Israele deve trovare il proprio modo di essere radicato nell’ambiente. Come si situa in questo il movimento?

Warschawski: sviluppare questa coscienza innanzitutto. Uscire dalla solita attesa, ma prendere coscienza e mobilitarsi, pensando ai nostri figli. La società dovrebbe esprimere una opposizione ufficiale per combattere la disoccupazione e intervenire sulla nostra immagine pubblica. Israele deve diventare, sulla scena internazionale, il paese della prosperità, ma deve cambiare la prospettiva del conflitto, come accadde con Rabin. Ma non può accadere con Nethaniau, che ha umiliato Obama ingiustamente. L’intifada è finita, è finito Bush, è finito l’impero americano, le cose cambiano. Ora Russia e Cina, India, Turchia, Iran, stanno giocando un ruolo da noi. Solo l’Europa resta ferma e non tenta neppure di rinnovarsi, come fa l’America. Tutte le relazioni attuali cambieranno.

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