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Per quel conforto dei mali – di Giorgio Bàrberi Squarotti

5 agosto 2011 Nessun Commento

Monforte d’Alba, 19 luglio 2011

Cara Maria Paola, eccoLe la mia testimonianza.

Temo che sia molto cupa e triste, ma so che, alla mia età e con le mie esperienze della storia, ha senso soltanto la speranza (insieme con l’amore, se è possibile).

Con i più vivi auguri e saluti, Giorgio Bàrberi Squarotti

Credo che sia un’illusione (o un’utopia) guardare alla storia come a un progresso o anche soltanto a un’aspirazione al futuro migliore. né si può dire che guerre, oppressioni, violenze, persecuzioni, genocidi siano dovuti alla brama di proprietà, di “oro”, di ricchezza: ne sono dimostrazione sia l’eccidio degli ebrei a opera del nazismo, sia i massacri dei kmer rossi, sia la “rivoluzione culturale” di Mao, sia il tentativo degli Inglesi, nell’ottocento, di sterminare gli Irlandesi. Ci sono ragioni che vanno al di là delle spiegazioni della storia. Il fatto è che la violenza è intrinseca all’uomo fin dall’origine (i miti di Caino e Abele, di Romolo e Remo ne sono modelli). Parlo non soltanto dei comportamenti estremi, come uccisioni e ferimenti e stupri, ma degli atti quotidiani di cui neppure ci si accorge, e che pure sono premesse, preannunci, manifestazioni che facilmente si eccitano e si fanno più gravi non appena ce ne sia occasione. non per nulla Qualcuno ha affermato che dire al fratello “stupido” è degno di essere condannato in tribunale. Le lotte dei popoli e le oppressioni dei potenti sono ugualmente vani, perché comportano nell’un caso e nell’altro violenze che si risolvono in vendette e in altro male. Il prezzo di uccisioni, di massacri, di crudeltà è, in ogni caso, sempre troppo alto: in breve tempo tutto ritorna uguale, dopo guerre, genocidi, ristabilimento di pace e di qualche giustizia, inevitabilmente precario. ogni apparente progresso è fragile, provvisorio, breve. e non che i deboli e i poveri siano più giusti e “buoni”: sono vittime, sì, ma in quel momento o in quella specifica occasione, pronti tuttavia a esercitare sopraffazioni e violenze quando ne abbiano l’occasione. Nella storia non c’è soluzione se non provvisoria e contraddittoria. I vincitori a volte hanno ragione di fronte ai vinti che hanno commesso azioni nefande, ma la vittoria diventa subito vendetta: la seconda guerra mondiale ne è stata prova infinitamente clamorosa. Ho molti dubbi che Saddam fosse un dittatore più sanguinario di chi, in Irak, adesso è il potere o lotta per un altro potere, e che le colonie (per esempio inglesi) fossero peggio e più crudelmente governate dei vari padroni degli attuali Stati africani. Il meglio, nella storia, va raccolto come una gioia straordinaria, e pensiamo alla distruzione del muro di Berlino o alla dissoluzione della Jugoslavia, ma non andiamo più in là per quel che riguarda l’ottimismo. E religioni, costumi, lingue, etnie, ideologie sono, fin dalle origini, lì pronte a offrire altre occasioni di guerre e di massacri, e non si devono tirare fuori spiegazioni o giustificazioni: è tale la condizione umana, che è percorsa sempre da una vocazione irresistibile alla morte. Picchiarsi, uccidere, violentare per una partita di calcio o per un insulto o per una ragazza o per un ragazzo o per un sorpasso azzardato o per un cane o per altri infiniti modi è intrinsecamente uguale alle vicende più atroci di guerre o rivoluzioni.

Con tutto questo, bisogna essere dalla parte di Tarrou ne La peste di Camus: ci sono nella storia oppressori e oppressi, e non bisogna mai essere dalla parte degli oppressori. È quanto dice Adelchi, nella conclusione della tragedia manzoniana: la storia è un continuo succedersi di potenti e di vittime, ed è una realtà non raddolcibile in nessun modo, e bisogna testimoniare, morendo, l’onore e la pietà. È quanto dice anche il Pascoli: “l’odio è stolto, tanto se insorga come se incateni, e la pietà l’uomo all’uom più deve”; così propone anche il Leopardi ne La ginestra. Penso anche al protagonista di Uomini e no di Vittorini, enne 2, che rifiuta di salvarsi quando i fascisti stanno per arrivare fino all’alloggio dove vive, e afferma che non c’è soltanto il combattere e vincere, ma anche e soprattutto lottare insieme con tutte le anonime e infinite vittime della storia, perché vincere significa altra violenza, sia pure opposta. Sapendo che tale è la storia, da sempre, ci sono due modelli, a mio parere, da meditare. Il primo è l’alternativa assoluta rispetto alla storia, ed è l’incarnazione del figlio di Dio, che offre (sono convinto che abbia ragione san Paolo, a questo proposito, di fronte all’eccessivo privilegio della storicità del Cristo in ambito soprattutto ecclesiastico, non dico specificamente cristiano o cattolico, anche se Karl Barth meglio ha espresso tale concetto teologico) l’esempio assoluto dell’antistoria nella sua predicazione. L’altro caso, che va messo insieme con il precedente nell’ambito mondano, umano, è quello di Platone, che offre il modello unico possibile davanti alla vita e alla storia: il filosofo e noi tutti, quando adoperiamo la mente, la ragione, l’intelletto, sappiamo che storia e vita non sono che ombre proiettate sulla parete della caverna che é il nostro mondo, questo, terreno, che passa continuamente con le sue vicende più o meno insensate, ma proprio per questo, accanto agli uomini comuni, il filosofo deve porsi insieme con loro, in questo errore e orrore senza fine, come se fosse veramente correggibile e modificabile, agendo quanto più è possibile per quel bene o, almeno, per quel conforto dei mali.

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