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“ONE WAY: camminare nel senso della speranza” Saluto di Raniero la Valle

31 luglio 2012 Nessun Commento

Cari Amici di Tonalestate,

mi dispiace di non poter essere con voi quest’anno. Ma se le vite sono “dedicate”, spesso non ti portano dove vorresti, e ti portano dove non vorresti; insomma non puoi fare quello che vuoi.

Ciò che avrei voluto dirvi è che se la via è una, le vite sono molte, e ogni vita ha la sua via, e quella via devi trovare, e una volta trovata, la devi seguire “con tutte le tue forze”. Lo disse Giuseppe Dossetti in un famoso discorso a Bologna, parlando della sua vita; lo fece citando un episodio raccontato da Martin Buber nei suoi “Racconti di Chassidim”. Interrogato perché indicasse una via universale al servizio di Dio, il rabbi Giacobbe Isacco di Lublino rispose: “Non si deve dire agli uomini quale via debbono percorrere. Perché c’è una via in cui si serve Dio con lo studio e un’altra con la preghiera, una col digiuno e un’altra mangiando. Ognuno deve guardare attentamente su quale via lo spinge il suo cuore, e poi quella scegliere con tutte le sue forze”.

Se le vie sono diverse, e ognuno deve seguire la sua con tutte le sue forze, ciò vuol dire che l’one way non è il regno dell’unico ma del molteplice, non è l’elogio del solitario ma della compagnia, non è la cella dell’eremita ma è il coro del cenobio, e perfino Dio non è monoteista ma trinitario. Il nostro, quello che cerchiamo e che ci è stato promesso, è il regno della moltitudine, del pluralismo,  dell’ecumenismo e del dialogo, delle innumerevoli lingue, culture e religioni, delle molte confessioni e Chiese, delle infinite vocazioni personali, della ricchezza ed eterogeneità dei modelli, da Socrate a don Chisciotte, da Platone a Sancho Panza, da Giovanni XXIII a mons. Romero, da don Milani a Giovanni Riva.

Ma allora in questo regno della varietà e della sovrabbondanza in che senso la via è una?

La via è una, perché non c’è altra via che l’amore, e fuori da questa via non c’è salvezza. Fuori di questa via non c’è la vita, e nemmeno la verità. La verità non sta sopra all’amore, è l’amore che giudica la verità. Nell’enciclica “Pacem in terris” papa Giovanni tirò giù la verità dalla sua solitudine sulla sommità della torre, e la mise in sequenza, sullo stesso piano, con la libertà, la giustizia e l’amore: facendosi educare e guidare da tutti e quattro questi maestri e duci, scrisse, gli esseri umani e il mondo avrebbero avuto la pace.

Tuttavia anche l’amore non è uno; gli amori sono molti. Per definizione l’amore comporta la moltitudine. Se non c’è l’altro, non c’è amore. E anche l’altro, non si può amare da solo. Quello del “solus cum solo” non è amore. Non si può amare una sola persona: nemmeno il matrimonio monogamico significa questo.

Solo l’amore di sé è solitario; ma l’amore di sé non è umano. E nemmeno divino. Dio non ama solo se stesso. Se avesse amato solo se stesso la creazione non ci sarebbe stata. L’amore non è la via dell’identità (e dunque non è la via degli integralismi, dei fondamentalismi, dei nazionalismi, dei razzismi) ma è la via della relazione, del meticciato.

Se “One Way” è diventato un nome glorioso, è perché l’unica via è diventata una molteplicità di vie, di percorsi, di mete che attraversano anime e continenti e che ora qui a Tonale, si incontrano, non solo simbolicamente ma realmente. Ognuno di noi, ognuno di voi, è una via. Ogni vita è una via. La vita va tesorizzata e insieme va spesa, va conservata e perduta, perché è il dono che ci è stato fatto e che dobbiamo fare: la vita è il “nostro bottino”, come diceva Dietrich Bonhoeffer dal carcere, nel momento stesso in cui la stava offrendo e ne veniva privato.

Allora a me delle diverse letture del vostro “one way” preferisco quella che lo interpreta nel modo più comune, come si trova nella segnaletica stradale dovunque nel mondo si parli l’inglese: one way vuol dire senso unico; non vuol dire né che tutte le strade sono le stesse, né che l’una vale l’altra, né che portano tutte nello stesso posto; vuol dire invece che la direzione in cui andare è una sola, è sempre in avanti, e che non si può tornare indietro, non si può fare la conversione ad U, non si possono avere gli occhi girati all’indietro, e perfino la memoria non significa ricordarsi delle cose passate, ma rielaborarle e ricrearle come materiali di vita con cui intraprendere il futuro.

One Way vuol dire non voltarsi indietro. Io per esempio ho fatto molte cose nella vita, il giornalista, il legislatore, lo scrittore, il politico. Ma solo a 80 anni ho guardato indietro, per vedere che cosa avevo fatto. E non mi sono fermato a raccontarmi, piuttosto ho visto che durante la mia vita, in gran parte coincisa con il Novecento, c’erano state tre rivoluzioni interrotte: la Costituzione, il Concilio e la ventata di libertà del 68; ma non ho pensato di rimpiangerle, ho pensato che si dovesse tentare ancora qualcosa di nuovo; e così ci siamo messi a fare un movimento che si chiama “Economia democratica” e che dovrebbe rispondere alla crisi dell’attuale regime incontrollato del denaro.

One Way vuol dire non ricordarsi delle cose passate, non pensare più alle cose antiche, quando ecco, si fa una cosa nuova; vuol dire che carri e cavalli, esercito ed eroi degli inseguitori giacciono morti, mai più si rialzeranno (Is. 43, 17-19); vuol dire lasciare che i morti seppelliscano i morti (Mat. 8, 22), e che i morti non devono trattenere i vivi; vuol dire che non dobbiamo attardarci in rancori, non dobbiamo sostare in risentimenti per le ingiustizie subite, non dobbiamo rimestare pensieri di revanche per i torti che ci sono stati fatti; e vuol dire non restare schiavi neanche del proprio stesso peccato, perché anche da quello siamo stati liberati, perché one way vuol dire che dietro resta il peccato e davanti ci viene incontro la grazia.

Se dunque questo è il significato dell’ “One Way”, camminare nel senso unico della speranza, senza voltarsi indietro, senza fermarsi a piangere sulla città distrutta, e se saranno in molti a farlo, ne verrà del bene per tutti, e allora forse diventano vere le parole di Bertolt Brecht, tratte dalla “Vita di Galileo”: “Ci sono uomini”  (e donne, aggiungiamo noi) “che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, altri che lottano più anni e sono ancora più bravi; però ci sono quelli che lottano tutta la vita; essi sono indispensabili”.

Con vivo affetto,
Raniero La Valle

Roma, 29 luglio 2012

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