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Conclusioni di Tonalestate 2012

18 agosto 2012 Nessun Commento

Questo che oggi ci vede riuniti per gli ultimi minuti di lavoro è stato un Tonalestate segnato indubbiamente da una nostalgia, come già aveva preannunciato Giovanni Riva nelle conclusioni del Tonalestate dell’anno scorso, quando scrisse e cito: “Posso parlare solo di una nostalgia”. E aveva aggiunto: “Nostalgia che il misterioso fondamento del mondo sia totalmente buono e positivo e che l’abisso di orrore del mondo non sia l’ultima parola”.

Questa nostalgia l’abbiamo fatta nostra, in questi tre giorni, nei quali abbiamo potuto vedere che ci siamo, ancora e insieme, a sfidare, con realismo e pace, la durissima realtà che ci circonda.  Il vigore dei nostri giovani e la loro pacifica, mite e inquieta forza si sono uniti a quella particolare forma di attesa che è scritta sul volto dei più anziani: tutto questo  è un dono che non può lasciare nessuno di noi tranquillo o indifferente o uguale a prima.

Nel 2001, ancora quasi agli inzi di questa avventura, il Tonalestate ci riunì attorno a “racconti e testimonianze di semplici persone o riconosciuti intellettuali, provenienti da paesi diversi con situazioni sociali, politiche ed economiche differenti, ma con un grande e profondo punto in comune: una vita dedicata alla ricerca e alla scoperta di un significato vero per l’esistere”.

Ed era giusto e doveroso che quest’anno  ritornassimo a quel punto iniziale, a quelle radici che, in quanto autentiche, come dice Mark Twain, non gelano mai. E  vorrei invitare tutti a rileggere le conclusioni che Giovanni Riva scrisse poi per il Tonalestate del 2002, nelle quali viene espressa l’ identità del Tonalestate, un’identità umile, sana e precisa, che ha il coraggio e la voglia di incontrare, di conoscere e di generare, un’identità cui dovremo sempre ritornare.

Il Tonalestate, negli anni, ha incontrato e ci ha fatto conoscere moltissimi amici che hanno aperto la nostra mente e la nostra azione. La presenza, qui, di alcuni di loro ha per me e per tutti noi un significato molto grande.

Il potere vorrebbe convincerci che non vale la pena dedicare la vita, personalmente e con altri, a uno scopo grande e nobile. Ma dobbiamo e vogliamo, in forza e pur anche in debolezza, continuare a lavorare insieme a tutti coloro che in questi anni hanno imparato a sperare.  E se qualcuno non ce la facesse più o fosse tentato  di chiudersi nell’eremo del disprezzo o nell’opaco rituale di una vita gettata alla deriva, faccia un urlo e lo andremo a trovare.

Ci sono adulti e giovani che lavorano insieme con molta coscienza e che, soprattutto attraverso i centri culturali, nati anche grazie al Tonalestate, ma anche attraverso le fondazioni, le associazioni, i gruppi e le più svariate forme di aggregazione, continuano a essere e a dare un giudizio libero e coraggioso sul mondo, sulle sue miserie, sulle sue sfide, sulle sue possibilità. Sono una speranza vivente, che aiutano a dissipare tenebre e tristezze.

Abbiamo visto in questi giorni che la ribellione è sorella della speranza. “La speranza” – cito Bloch – “non è infatti un premio di consolazione alle disgrazie della vita degli individui…La speranza è l’aria che sostiene la ragione.” La speranza sbarra la storia del genere umano, come una diga sbarra il fiume per innalzarne il livello.

Ma, come ci siamo detti, il punto non è tanto o solo definire la speranza, ma viverla. E viverla insieme, con quei fratelli, quei cugini, quei prossimi che l’imprevisto ha messo in questo cammino, un cammino che è fatto di lavoro, di frequentazione, di dialogo, di diversità che non viaggiano parallele ma che sempre riconoscono punti di convergenza e infinite possibilità di iniziativa e di sostegno reciproco. Che dicono “no” all’esser funzionari dell’azione; che dicono “no” ai potenti, agli ipocriti, ai seduttori d’anime, ai clericali e agli avari. Siamo e saremo uomini straziati dalla pietà per gli oppressi e i sofferenti. Che sposano persino, per amore, la miseria, quando avrebbero potuto scegliere un’altra compagna.

Grazie alla speranza, ad attenderci è la felicità. Paola Leoni mi ha suggerito che i greci la chiamavano eudaimonìa, che potremmo tradurre così: un buon dàimon ci ha collocato bene nel mondo e, grazie a questo dono, abbiamo un buon rapporto col mondo. Una felicità esclusivamente privata sarebbe stata, infatti, da Socrate e dai greci,  percepita come la felicità degli idioti.  La felicità, infatti, è abbracciare il reale, ed è forse utile dire che ciò è l’opposto del sedersi in poltrona a osservare per poi lamentarsi, così come è l’opposto dell’affannarsi senza una direzione o senza amicizia o senza pietà.

Il lavoro – l’abbiamo visto anche in questi giorni – è tanto e, se gli operai sono pochi, non dimentichiamo che, tra quei pochi, ci siamo anche noi, più simili probabilmente a Sancho Panza che a don Chisciotte, ma sempre disposti, sul nostro asino, a seguirlo, servirlo e amarlo sempre.

 Arrivederci!

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