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Tonalestate 2014 LA STORIA

17 giugno 2014 Nessun Commento

Quest’anno, al Tonalestate, si parlerà della Storia. È una parola che scriviamo, per un momento, con lettera maiuscola, come fosse un nome proprio. Si tratta, in realtà, solo di un innocente stratagemma per vedere se, chiamandola per nome, la Storia vorrà fermarsi un momento a dialogare con noi, lasciandosi dapprima contemplare nella sua totalità e poi interrogare sulle vie così tortuose, inafferrabili e decisamente misteriose che formano il suo corpo e la sua anima, che ci avvolgono come la terra fa con le radici.

Alla Storia vorremmo porre tante domande, sul tempo e sullo spazio, sugli inizi e sulla fine. Le vorremmo chiedere dove abitano, adesso, tutto il dolore e tutte le umiliazioni che gli esseri viventi, generazione dopo generazione, hanno dovuto soffrire. Le vorremmo chiedere se possiede uno scrigno in cui degli uomini raccoglie le gioie, le ansie, i desideri, le invenzioni, le scoperte e, soprattutto, i pensieri mai scritti e mai detti, quelle parole nemmeno sussurrate, nascoste nella profondità della solitudine (ma che, forse, la Storia ha potuto ascoltare e sulle quali può aver sorriso o pianto). Le vorremmo chiedere se il fiume della paura continuerà per sempre ad accompagnare gli esseri viventi che, per quanto forti e sicuri di sé, devono pur sempre inginocchiarsi quando un terromoto li fa tremare come il sospiro le foglie e cambia, in pochi brevi secondi, il panorama del loro esistere.  Le vorremmo chiedere come davvero è nata la vita, come davvero sono nati gli uomini, gli animali, le piante, le stelle, i pianeti e tutto il resto. Le vorremmo chiedere se davvero esistono il bene e il male e da dove hanno origine. Le vorremmo chiedere se c’è un futuro felice verso cui protendersi. Le vorremmo chiedere perché non riusciamo a concepirci inesistenti, pur sapendo che il nostro tempo personale ha avuto un inizio ed è di brevissima durata. Le vorremmo chiedere se esistono e di che natura sono le leggi che governano gli universi e perché esistono la matematica, la fisica, la chimica, la biologia, la medicina, la musica e la poesia, la bellezza e la malattia, il coraggio e la viltà.

Ma, soprattutto, vorremmo chiederle che ci svelasse qualcosa di sé. Tu, che hai nome Storia, passeggi su un cerchio senza vie d’uscita o cammini su una linea che va verso un fine? Sei forse un artigiano che non ha ancora finito di restaurare il suo antico prezioso mobile? O sei un’onorabile signora, magistra vitae, che ha il potere di lasciarci in eredità la sua carica di violenza, di male, di soprusi e d’inganni, insieme alla nostalgia di un bene che è stato e che, solo a volte, nel buio del tempo che passa, ci permette di percepire un celestiale, attesissimo sussurro divino? O sei forse simile a quel vecchietto che se la ride di tutto e di tutti e poi rientra a casa e ritrova, ben stirato sul tavolino di mogano, un pizzo e, sopra il pizzo, una tazza di tè che invita al grande e inafferrabile vuoto in cui perdersi senza alcun senso di colpa? O sei invece una giovane che “mira ed è mirata e in cor s’allegra”, in questo breve sabato del tempo? O una bambina che apre e chiude le palpebre al ritmico suono della sua giraffa di panno?

Per l’uomo, mortale e debole di fronte a te che sembri eternamente esistente, queste domande hanno una grande importanza. Per l’uomo, spinto da una curiosità sacra, lo spazio e il tempo e tutto ciò che esiste sono un libro da indagare e forse tu puoi dargli un indizio di corretto cammino, perché non si perda in fantasie o in menzogne. A te, l’uomo domanda, magari in un nuvoloso pomeriggio che presagisce la pioggia: perché posso solo vedere un infinitesimissimo pezzetto dello spazio e del tempo in cui vivo? E perché posso solo immaginare, ma senza vera certezza, quel che non vedo o quel che avverrà? Perché l’intuizione giusta sul futuro è un privilegio solo di pochi, rarissimi e in fondo non sempre privilegiati individui? E a che servono poi i loro presagi? Perché dovrei dar fiducia a chi sembra vedere più lontano di me? Perché siamo, tutti noi, comuni mortali, quasi sempre smentiti da te? Perché non possiamo creare ma solo scoprire?

E, dopo la pioggia, nel silenzio della notte che si avvicina, l’uomo riprende il suo dialogo. Solo tu potresti dirmi che cosa successe, davvero, nel passato. Solo tu potresti dirmi che cosa succederà davvero in futuro a una persona, per esempio, come me, che non sono né Pitagora né Petrarca né Napoleone.  Il grande Napoleone, il tremendo Napoleone! “Ei fu. Siccome immobile.” Mentr’io sono ancora, sono adesso, sono un domani da poco per te, eppur mi muovo, cammino e mi fermo, soffro, penso, rido, uccido, rubo, inganno, a volte amo e poi non riesco più ad amare, e m’han detto che sicuramente morirò. Perché poi dovrò prendere un’arma e uccidere un altro uomo? Perché dovrò dare al mio paese il permesso d’invadere un altro paese o di scacciare il più debole? Perché dovrò odiare chi non è del mio bando o è più bello, più amato, più ricco e più forte di me? E perché dovrei amarlo? Perché far nascere altri uomini? Perché dar vita a nuove società? Perché dovrò collaborare a che il mondo vada avanti, se non c’è mai niente di veramente nuovo sotto il sole?

La Storia non si lascia sedurre né si commuove alle domande, al pianto, alla curiosità, al grido dell’uomo. Come dice la poesia di Montale riportata nel manifesto del Tonalestate, la Storia “non somministra carezze o colpi di frusta”; semplicemente resta silenziosa, forse perché, ironicamente, “è a corto di notizie”. Non risponde, non dice nulla. Tace e “gratta il fondo”.  Però, “piú di un pesce sfugge”. Ecco, infatti, che il cielo abbaglia, la luna è fresca e la terra si risveglia, tranquilla e sognante, certo a dirci che non c’è cosa più bella di una storia d’amore.

Tra i tanti sapienti del passato, ce n’è uno che si chiamava Geremia. Rappresentato, nel manifesto del Tonalestate, dall’immagine di un uomo che, seduto, non guarda, distratto, intorno a sé, ma s’interroga, immerso nell’innocenza che solo il silenzio sa dare, Geremia può aiutarci ad affrontare questo nuovo imbroglio che  abbiamo  intitolato, provocatoriamente, “Bruta facta” (espressione latina che vuol dire i fatti puri e semplici, i fatti nudi e crudi), accompagnato da un bel sottotitolo,  un antico ed enigmatico proverbio greco –  Ούτεγήςούτεουρανούάπτεται –  che significa “non riguarda né il cielo né la terra”.  Dice Geremia (nella traduzione spagnola): “Solitario me senté, lleno de indignación”. È indignato Geremia (che ama molto il suo popolo, senza esserne riamato) per i fatti che gli sono accaduti  e per quelli che prevede gli accadranno. La sua indignazione è tanto forte che vorrebbe rinunciare a tutto, persino alla vita. Ma poi succede qualcosa. Si ferma e, da quel suo “sedersi solitario”, inizia, per lui, il nuovo dentro l’antico. Che cosa ha permesso a Geremia di saper afferrare, in un attimo d’ascolto, la freccia che trasforma il già saputo in imprevisto e in reale novità?  Potrà forse questo succedere anche a me, sebbene io sia vecchio o almeno un po’anziano, sebbene io sia un adulto pieno di vigore, o un giovane di piccole o ampie vedute, o un adolescente che sceglie di abbracciare solo un pezzetto del mondo che lo circonda?  Potrà forse questo succedere anche a me, che sono un essere ancora tanto piccolo da non saper dire di sì o di no a chi m’interroga? Potrà forse questo succedere al mio compagno di cammino, a mio figlio o mia figlia, al mio amico e al mio nemico, a chi vive sulla mia terra o nella terra del mio vicino, sul mio, sul nostro, sull’altrui pianeta? Potrà forse questo succedere a chi è vittima del male altrui e porta su di sé ferite che non possono essere curate né da belle parole, né da bei pensieri, né dalla vendetta? Potra forse questo succedere a tutto il creato, oggi e nel  tempo che verrà? E se, davvero, tutto questo non riguarda né il cielo né la terra, come ricorda la saggezza popolare, che cosa riguarda? Riguarda, forse, quella “grande unità che non è né un quag­giù né un aldilà” come ebbe a dire il poeta Rilke? L’uomo non puó che rispondere: “Non so”. Eppure una risposta ci dev’essere,  risposta semplice e non facile, come semplice e non facile è ogni bisogno che l’uomo incontra in sé e fuori di sé.


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