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CUORI CHE RICORDANO (2/3)

7 agosto 2014 Nessun Commento

 2 agosto 1980. La stazione di Bologna è squassata dall’esplosione che soffia via 85 persone e ne ferisce quasi 200. Mario de Marchi dovrà recuperare fra quei corpi la madre e un fratello. Fa parte dell’Associazione dei parenti delle vittime che si costituì appena un anno dopo la strage nella circostanza del deposito della sentenza di Catanzaro su Piazza Fontana.

Loro scopo è continuare la memoria di quanto accaduto e di coloro che ne furono vittime e costituirsi parte civile nel processo “per cercare verità e giustizia”. Il cammino processuale durato fino al 2005è stato irto di difficoltà e depistaggi. La brutalità del fatto non è stata mitigata dalle sentenze ma certo lo è dalla umanità che De Marchi ha detto di aver ricevuto da parte di soccorritori, amici del paese, istituzioni della città emiliana. Le ragioni della sua tenacia sono spiegate nel messaggio che lascia al Tonalestate: “alle vostre spalle speriamo che troviate non una palude ma solide fondamenta per costruire un futuro valido e più umano”.

9 ottobre 1963. Longarone. Il paese sparisce in una notte portando con sé 1910 vittime. L’ondata causata dal crollo del monte Toc nel lago artificiale costruito dalla Diga del Vajont disperde totalmente l’identità anche geografica del Paese come nemmeno i bombardamenti della seconda Guerra avevano potuto fare sulle città d’Europa. Di Longarone non rimane nessuna impronta, né naturale né urbanistica. La tragedia toccò tre comunità del Bellunese e parte degli sfollati non hanno fatto più ritorno. La tragedia si era annunciata fin dall’inizio dell’esecuzione dei lavori di costruzione della diga che doveva fornire le grandissime quantità d’energia che servivano al polo industriale di Marghera e all’agricoltura trevigiana.

La zona non era geologicamente idonea all’opera e la montagna dimostrava di essere in movimento, ma non si volle considerare l’ipotesi che potesse precipitare in un solo blocco nell’invaso. Furono falsati i livelli del controllo, furono taciuti i risultati degli studi tecnici, nessuno si prese la responsabilità di decidere l’evacuazione della popolazione soggetta al rischio. Renato Migotti spiega che quella che iniziò come Associazione dei superstiti è stata rinominata “Associazione Vajont: il futuro della memoria” perché questa storia fa parte della costruzione del futuro ed è perciò eredità delle nuove generazioni.

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