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Non siamo dei rolling stones ma dei CUORI CHE RICORDANO (1/3)

7 agosto 2014 Nessun Commento

Histoire-antihistoire.

6 agosto, anniversario della tragedia di Hiroshima e Nagasaki, terza giornata di lavori del Tonalestate,. Quanto già proposto dagli interventi delle giornate precedenti sul peso storico della memoria e sulle sue conseguenze sul presente e il futuro, ha trovato occasione di verifica a confronto con le testimonianze di questa straordinaria giornata. Eletta Leoni suggerisce che bisognerebbe ricollocarsi nel metodo di soffrire con chi soffre e gioire con chi è nella gioia per aiutarsi a trovare soluzioni là dove sembrerebbe impossibile. Ciò consentirebbe di entrare nella semplicità del costruire.

Una intera giornata di racconti di testimoni su alcune delle ferite più profonde di un tempo appena trascorso eppure non interamente vissuto da tanti dei presenti e su un presente ancora assai difficile.

Philippe Plantevin vive a Lione. È prete della Communauté de la Mission de France. La sua parrocchia comprende la bidonville dove sono stipati parte dei quasi 1200 Rom che vivono in città. Il video con il quale ha documentato le condizioni di vita di quella gente cominciava: “troverò un cammino oppure ne farò uno per me”. Ben descrive l’opera di questo sacerdote che si batte per far uscire quella che considera parte della sua gente dalla condizione inumana nella quale è tenuta dal disprezzo e dall’ostilità degli altri. Il suo è un lavoro tenace per l’integrazione dei Rom nel mondo del lavoro, nell’educazione, nella sanità, nella sicurezza, nel diritto alla casa. E’ consapevole che c’è bisogno di un lungo accompagnamento di tutti che, vicendevolmente, dobbiamo abituarci a culture diverse ma non vuote di valori. E’ un lavoro comune a tutti, per farlo serve soltanto l’intelligenza del cuore, che si chiama amore. “Ci sono porte nel mondo, ponti, passaggi segreti. A volte tali ponti sono anime” da accogliere e rispettare.

Un’esperienza di accoglienza a cui ha fatto eco il racconto di Sergio Aliboni. Sergio è partito dalla Toscana a 14 anni con la famiglia per sfuggire alla miseria che si viveva in Italia. Un volantino degli industriali carboniferi belgi reclutò migliaia di minatori promettendo l’eldorado. Quando il treno della speranza arriva a destinazione vengono caricati su camion e portati nelle baracche dove avevano vissuto i prigionieri di guerra. Vissero come se fossero bestie, additati da lontano e riconosciuti unicamente per il numero che fu loro assegnato, scritto sulla lampada con la quale scendevano nei pozzi a 1175 metri sotto terra. Sergio non fu più che il 108, il fratello l’823. Uscendo dal cuore nero della terra, andavano a scuola per imparare la lingua e conoscere il paese che li ospitava e malgrado la loro sofferenza, coraggio e sacrificio, ci volle la strage della MINIERA DI MARCINELLE l’8 agosto 1956 perché si scoprisse che si trattava di uomini. 262 ne morirono inghiottiti nel Bòis di Cazièr, come si chiama la zona del pozzo maledetto. Sergio lascia ai giovani, che lo applaudono a lungo quando mostra la sua lampada e tutti gli effetti che conserva di quel duro lavoro, un compito: “non permettete che venga fatto agli ultimi arrivati, sopraffatti dalla miseria e dal dolore, quanto è stato fatto a noi”.

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