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Riceviamo la terra per farne qualcosa di buono

9 agosto 2014 Nessun Commento

Marcello Buiatti è biologo, ma prima di questo, lui stesso dice di avere dentro di sé la diversità di altre specificità, tutte ugualmente fondanti l’esistenza. Le interazioni con la filosofia e la fisica gli consentono uno sguardo molto attento sui fenomeni che osserva con la lente del microscopio. I suoi lunghi studi sulla materia vivente lo hanno portato a una riflessione sulla storia delle etiche dei viventi. Esistono delle leggi naturali etiche? Come si costituiscono e si sviluppano forme di vita buona? Fin dall’osservazione dell’integrazione necessaria tra RNA e il DNA, attraverso le forme di vita di più elementari, i batteri, le colonie degli insetti, gli esseri più evoluti, il cervello umano, si può inequivocabilmente ricavare che, nella vita, è inserita una legge primordiale che consente la continuazione della vita stessa entro una solidarietà, un legame che mantiene la buona vita e impedisce la morte. Tale unione avviene tra due diversità che necessitano di collaborazione.
Il cervello umano si organizza essenzialmente nel rapporto con gli altri, tutti i segnali che ci arrivano dagli altri ci modificano, pertanto ci facciamo se siamo capaci di mantenere tale relazione; se non siamo capaci di mantenere quella che Buiatti arriva a definire “fratellanza”, rompiamo una legge che ci mantiene in vita.
La natura ha già in sé la legge che indica il cammino della sopravvivenza, consentire che tale legge si affermi mantiene, nella storia degli esseri viventi, la possibilità del futuro.

Michel Warschawski è un giornalista di origine israeliana. È esponente de “Alternative Information Center” di Gerusalemme. Si occupa da sempre della difficile situazione politica del suo Paese, soprattutto della difesa dei diritti umani del popolo palestinese. Ha portato la propria testimonianza letta attraverso il concetto di storia che suggerisce Walter Benjamin.
Cosa spinge all’emancipazione, al progresso? Osservando allo stesso tempo il presente e il passato, non ci si può affidare, per spiegare gli eventi, unicamente a una visione lineare in cui l’azione umana è spinta dal sogno di un mondo migliore. C’è certamente questo, ma più in profondità, c’è un nucleo marcatore dell’essere uomini. Warschawski ritiene che la ragione della resistenza di Gaza non risieda nel sogno di un mondo migliore, piuttosto nella sete di dignità. È questa istanza costitutiva dell’umano che nessuno può ridurre e che riscatta anche l’umiliazione che hanno vissuto i padri. Definita “arma di liberazione di massa” perché è la spinta che fa vivere e lottare nell’oggi, memori della sofferenza passata.
Con uno sguardo retrospettivo, Michel spiega secondo tale logica anche la resistenza al nazifascismo: “eravamo sicuri di perdere, ma la nostra rivolta è stata un grido e la volontà di morire nella dignità. Quel che serve all’emancipazione non è la promessa di un paradiso radioso sulla terra, ma il ricordo dell’umiliazione dei padri”. La sua considerazione sulla politica israeliana è che il suo popolo si vergogni dell’umiliazione dei propri padri, “tratti al macello”. Adesivi ad un distributore di benzina dicono: “la vita di un soldato vale più di cento civili”, frase che sarebbe ricavata dalla Bibbia. È una bibbia che non esiste, costruita per giustificare un genocidio davanti agli occhi del mondo. Un genocidio che non potrà compiersi se non al prezzo di annientare la legge ontologica della dignità umana.

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