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Emilio Pasquini: “L’altezza di ingegno e i suoi freni nella prospettiva dantesca”

6 agosto 2015 Nessun Commento

4 agosto 2015
17.45 Emilio Pasquini

professore emerito di letteratura italiana all’Università di Bologna
“L’altezza di ingegno e i suoi freni nella prospettiva dantesca”

Il tema del delirio di onnipotenza caratterizza molto la vita e l’opera di Dante, ma comincia nella letteratura prima di lui: non fu forse Omero l’inventore di questo tema, la “superbia intellettuale”? E poi la tradizione biblica, dalla quale Dante trae l’idea di ubris (di cui già parla Eschilo, ma che sicuramente Dante non aveva potuto apprendere, poiché avrà potuto consultare solo alcuni libri, e di tradizione latina, tra i quali sicuramente la Bibbia, L’Eneide, le Metamorfosi di Ovidio): il passare il limite, non avere freni. Il riferimento biblico viene chiaramente messo in luce nell’accenno che Dante fa incontrando Adamo (Paradiso XXVI) il cui peccato fu “non il gustar del legno, ma il trapassar del segno”, il limite.

Egli chiama in causa questo tema nel dissidio con Guido Cavalcanti, l’eterno “presente/assente” nella Commedia. Quest’ultimo si avvicina a chi credeva che l’uomo non possedesse l’anima eterna, ovvero che essa morisse col corpo (“i nuovi epicurei”) e Dante si avvicina anch’egli a questo pensiero. Con la Divina Commedia, Dante cerca di recuperare la propria fede, di riavvicinarsi ad un’ortodossia religiosa fino a provare che la fede supera la ragione.

La Commedia quindi nasce da una colpa da cui Dante sta uscendo faticosamente; è il momento di salvezza di un uomo perduto, pieno di dubbi (“ma io perché venir?” Inferno II), altra tentazione di superbia , quella di cercare una giustificazione, che teme che la “venuta non sia folle” (quando “folle”, come il “folle volo” di Ulisse per Dante identifica chi passa il limite, colui che passa il limite). L’altezza di ingegno deve essere sottomessa a freni, come emerge necessariamente nel prologo del celebre episodio di Ulisse (Inferno XXVI).

L’Ulisse dantesco rappresenta proprio il delirio di onnipotenza che si maschera da “desiderio di conoscenza”; non sono forse, queste parole pronunciate da Ulisse alla sua “compagnia picciola” l’ultima sua frode per spingerli a compiere ciò che a nessun altro era permesso fare (per i limiti stessi posti da Dio, come l’Albero della Conoscenza di Adamo, così le Colonne d’Ercole).

Prima di riconquistare la propria identità, la propria fede, Dante deve avere altre crisi, altri dubbi, a cominciare dal quesito (Paradiso XIX) sulla giustizia di Dio e nei rimproveri ricevuti da Beatrice: è pazzo chi crede di conoscere il Mistero di Dio.

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