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Violenza e perdono in centro America: José Maria Tojeira

6 agosto 2016 Nessun Commento

L’umanità è una, siamo tutti nella stessa lotta, nella stessa speranza, nel medesimo impegno. Ci sono mezzi forti e mezzi deboli per costruire la storia. Molta parte della storia, non solo, ma in particolare in Salvador, Honduras e Guatemala, si basa sulla violenza, sull’azione brutale, sull’imposizione. La violenza è un mezzo forte, efficace ma a corto termine con costi altissimi in termini di vite. I mezzi deboli, tra questi il perdono, funzionano sull’idea che l’umanità è una e che qualunque essere umano è il prossimo. In Salvador il numero degli omicidi è altissimo, così come in Honduras e Guatemala. Perché? Ci sono ragioni storiche con radici nel colonialismo, nelle guerre civili, nell’autoritarismo delle dittature che hanno favorito una cultura di guerra, di violenza, di odio. Anche a livello sociale disprezzo e emarginazione sono sempre stati praticati dalle classi dominanti. Un clima di guerra sociale sempre latente, che giustifica il militarismo, la guerra contro le Maras, i massacri come reazione. Ma allo stesso tempo questa è terra di generosità, di martiri, di coraggio e credibilità nel costruire la storia. Una terra capace di perdono, di lotta per il rispetto dei diritti umani, del riconoscimento dell’altro, gesto che sta alla base della capacità di perdono. Il potere economico, militare, mediatico, se si considerano assoluti sono certo contrari alla logica del perdono e condizionano fortemente il funzionamento delle istituzioni, per esempio non attuando politiche di amnistia. Il monopolio della forza non deve coincidere col monopolio della verità. Come superare la violenza e praticare il perdono? Occorre partire dal modo di considerare le Maras da parte dei governi centroamericani, che non può essere il loro sterminio, ma la verità e, subito dopo, la giustizia. Occorre costruire un tessuto sociale che guardi alla verità e alla giustizia, che guardi alle cause della violenza e le rimuova.

In Salvador si è cominciato un progetto di giustizia “restaurativa” nel quale alcuni giudici si prestano a celebrare come dei processi nei quali le persone che hanno subito violenza vengono a raccontare le loro storie. Quando si domanda loro cosa chiedono, la loro risposta è che i loro carnefici possano ascoltarli per capire e riconoscere il male che hanno fatto. L’auspicio sarebbe di poter realizzare una giustizia trasversale tra carnefici e vittime che non sia rivolta alla vendetta ma al riconoscimento della verità. Pene economiche che alimentino un fondo di risarcimento per le vittime potrebbe essere più efficace del carcere e più pacificante. Ma questa disponibilità da parte dei responsabili delle sofferenze del popolo non c’è ancora. Il perdono richiede la compromissione in una civiltà in cui lo sforzo non sia per emarginare ma per valorizzare l’altro da sé.

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