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Rassegna stampa: il cardinal Tauran | La religione appartiene alla natura dell’uomo

13 settembre 2017 Nessun Commento
dall’Osservatore Romano del 9 agosto 2017

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Ragione e fede

È cominciata il 7 agosto a Ponte di Legno, in provincia di Brescia, la diciottesima edizione di «Tonalestate» intitolata Il barbaro. Fatti non foste a viver come bruti e dedicata al tema della ragione. La prima giornata, scandita da una serie di riflessioni su letteratura, filosofia, scienze e arti, ha visto, fra gli altri, l’intervento del cardinale prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica, Giuseppe Versaldi, su «Educare i giovani a un pensiero razionale illuminato dalla fede cristiana». Consacrate al dialogo invece le sessioni di lavoro dell’8 agosto. Nella mattinata, sul tema «Totalmente altro», hanno preso la parola Dalil Boubakeur, rettore della Grande moschea di Parigi, Joseph Levi, già rabbino capo a Firenze e Siena, e il cardinale presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, del quale proponiamo ampi stralci della relazione dal titolo «È ancora ragionevole credere in Dio?».
Mercoledì 9, fra gli ospiti, figura l’arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi, con un intervento su «Le ragioni della speranza», mentre il 10 agosto, giornata conclusiva dell’incontro, parlerà il vescovo di Ventimiglia – San Remo, Antonio Suetta, su «Ventimiglia: confine solidale».

La religione appartiene alla natura dell’uomo
di Jean-Louis Tauran

Viviamo in un mondo violento che divide e uccide. Un mondo precario: tutto può accadere, basta pensare al pericolo che rappresenta il terrorismo. È difficile prevedere quale sarà l’evoluzione del ventunesimo secolo. Molti responsabili politici sono alla ricerca di idee e molti dei nostri compagni in umanità si chiedono se vi sia una cabina di regia. Ci si chiede se gli stati saranno in grado di garantire la sicurezza delle società e la salvaguardia del creato. In tale contesto sorge la domanda: in questo mondo si può credere in Dio? Si può credere nell’uomo? In realtà siamo in pieno paradosso. Questo mondo della tecnica, che crede solo nella potenza dell’utile, è anche un mondo in cui il pluralismo culturale e religioso, la privatizzazione della religione e la mancata trasmissione dei valori e dei modelli hanno fatto sì che il “sacro” e una certa trascendenza siano tornati alla ribalta.
Anche se la pratica religiosa, almeno nelle società occidentali, è in declivio, non c’è dubbio che si capisce sempre di più che non si può comprendere il mondo di oggi facendo a meno delle religioni. I cristiani appartengono a questo mondo, questo mondo che Dio ama, nel quale Dio li ha piantati e nel quale devono fiorire. Essi si riconoscono prima di tutto quali creature e quindi dipendenti da un Altro. Una creatura chiamata a vedere Dio. Visioni dell’uomo e del mondo che possono condurre al confronto e al dialogo.
A causa della precarietà che turba la nostra vita — basti pensare alle guerre in corso, grandi e piccole, all’inquinamento, alla crisi finanziaria dopo il fallimento dei grandi sistemi economici del secolo scorso — gli uomini e le donne di questa generazione si pongono di nuovo le questioni essenziali riguardo al senso della vita e della morte. Molti giovani sono perplessi di fronte alle derive che le meravigliose conquiste scientifiche attuali potrebbero generare, se mal orientate e mal controllate. Forse ci siamo scordati che la persona umana è l’unica creatura che interroga e che s’interroga. È la coscienza — come facoltà di riflettere sul proprio destino, sul senso della vita e della morte — che distingue l’uomo dai regni vegetali e animali. La religione non è un momento particolare della storia. Essa appartiene alla natura dell’uomo, un uomo per il quale sono sempre valide le tre domande fondamentali di Immanuel Kant: «Cosa posso conoscere? Cosa devo fare? In cosa posso sperare?». È interessante ricordare che, dal concilio Vaticano II, la dichiarazione Nostra aetate sul dialogo interreligioso già sottolineava questa situazione dell’uomo nel suo preambolo: «Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell’uomo: la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, […]».
Escludere la religione dalla ragione equivale ad amputare l’uomo creato a immagine di Dio. La fede è il fatto di credere in Dio o di credere a un dogma con un’adesione profonda dello spirito e del cuore che genera la certezza. La ragione, invece, è la facoltà di pensare e di giudicare bene la realtà. Mettere in relazione queste due parole, ragione e fede, può interpretarsi come un accordo tra di loro o come una contrapposizione. Ci sono due possibili fonti del sapere umano: la ragione e la fede, ma sono due realtà distinte. L’uomo con la sua intelligenza è capace di conoscere Dio quale creatore (Costituzione Dei Filius), mentre la fede fornisce un altro modo di conoscenza, cioè accoglie una rivelazione. È Dio che si rivela, e non l’uomo che cerca Dio. Ecco perché il cristianesimo non è una religione, ma una rivelazione. La fede è quindi fonte di conoscenza, ma in un altro modo. Benché essa sia da situare al di sopra della ragione, non può esistere un disaccordo tra la fede e la ragione poiché è lo stesso Dio che rivela i misteri e comunica la fede, e infonde pure nello spirito umano la luce della ragione.
Non si può sostenere, quindi, che la scienza sia fondamentalmente opposta alla ragione. Diremmo che la fede, che è allo stesso tempo un incontro e un messaggio, raggiunge l’uomo che è naturalmente capace di Dio. Ma ci sono due eccessi da evitare: il primo è il fideismo, che segna una religione basata sulle emozioni; e il secondo, il razionalismo, che asserisce che solo le realtà scientificamente razionali e dimostrabili sono credibili. Possiamo dire che Dio non è il risultato di un’equazione, perché in tal caso saremmo costretti a credere, né è irrazionale; è trans-razionale e direi, per di più, che è coerente. Newman scrive: «Mille difficoltà non fanno un dubbio». E Pascal sottolinea che «Dio ha dato all’uomo abbastanza luce per credere in lui e abbastanza ombra per non essere costretto a credere». È tutto qui il problema della libertà dell’uomo di fronte a Dio.
Il mondo della tecnica, che è quello in cui viviamo, ha staccato l’uomo dalla sua dimensione spirituale. L’uomo si sente potente. Anzi sta lavorando per auto-crearsi. L’efficienza e il profitto hanno sostituito la ricerca della verità. Separata dal cristianesimo, la scienza diventa un dono mortale perché può essere utilizzata per fini che non coincidono con un vero servizio all’umanità. Dobbiamo essere orgogliosi della nostra fede, perché dà all’umanità un futuro. Noi cristiani siamo stati amati e perdonati e non possiamo tenere solo per noi la luce che ci illumina. Abbiamo il dovere di proporla a tutti e in particolare alle persone che vivono senza speranza. Per questo dobbiamo essere spiritualmente preparati e questa è la seconda esigenza che vedo: saper rendere ragione della propria fede. Dopo la prima che è: trovare la fierezza di essere cristiani, accogliere la grandezza del Mistero.
Nelle società pluralistiche in cui viviamo si impone come necessità il dialogo interreligioso, che comincia sempre con la professione della propria fede, evitando così ogni sincretismo. Questo suppone che siamo in possesso di una cultura religiosa che ci permetta di dialogare in verità. Dobbiamo andare al di là del catechismo della nostra infanzia. È sorprendente dover constatare, quando parliamo con grandi responsabili delle società umane preparati e colti, quanto siano ignoranti dal punto di vista religioso, possedendo spesso una visione della fede ancora infantile.
Una terza esigenza è vivere la Chiesa come una comunione. Gli scandali, i tradimenti dei cristiani non possono mai nascondere la forza della carità. Basta pensare all’ammirevole lavoro svolto dalle suore nei paesi del terzo e quarto mondo. Non è l’ora di lamentarsi, ma di darsi alla missione. Dobbiamo non imporre ma proporre il Dio in cui crediamo, il quale ci ha gratificati di due magnifici doni: un’intelligenza per capire e un cuore per amare. Non pensiamo che Dio non interessi agli uomini di oggi. Non si può evitare Gesù Cristo. Cristo lo si incontra attraverso la Chiesa. La ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarlo rimangono ancora oggi il fondamento di una vera e autentica cultura.
Quale sarà il nostro contributo al mondo di domani? Saremo ispiratori o semplici accompagnatori? È difficile rispondere, ma personalmente ho la convinzione che il cristianesimo, che non è stato mai tanto universale quanto oggi, saprà approfittare della mondializzazione — che è in sé una cosa positiva — per offrire con parole e iniziative originali la novità e la singolarità del cristianesimo. Il cristianesimo non è un pensiero, ma un fatto: Dio si è fatto uomo. La Chiesa continuerà a far riflettere su se stesso l’uomo “distratto” di questo secolo, sulla sua vocazione e sulla necessità di promuovere un mondo dove abitino giustizia e pace. Abbiamo un ruolo da svolgere. Penso particolarmente ai giovani, che troppo spesso sono “eredi senza eredità” e “costruttori senza modelli”. Noi cristiani faremo questo con la Chiesa, nella Chiesa.

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