Città Armoniosa: un grande avvenire dietro le spalle
A Reggio Emilia, presso la casella postale 291 e con numero di telefono 38788, c’era una casa editrice di nome Città Armoniosa. Il numero di telefono e la casella postale non ci sono più oggi, ma il lavoro culturale che da lì è cominciato non si è mai fermato.
Quando cominciò, Città Armoniosa fu un fatto importante, originale e unico nel panorama della letteratura italiana di quegli anni. A iniziare la casa editrice, nel 1976, era stato Giovanni Riva, un professore di filosofia che era anche un poeta/saggista, finalista per due volte al Premio Viareggio (uno per la poesia e uno per la saggistica).
Giovanni Riva ha 34 anni: affittata una stanzetta in via Migliorati 3 a Reggio Emilia, e decide di usare i pochi risparmi per iniziare un’attività editoriale, pubblicando, come prima opera, una sua raccolta di poesie per bambini, Dodici come i mesi, dedicandola ai suoi figli e a due scuole per l’infanzia della città. In quegli anni, pieni di tensioni politiche e sociali (erano gli anni in cui in Italia le Brigate Rosse –nate a Reggio Emilia– avevano smosso tutto il paese, provocando un terremoto di coscienza ma anche risvegliando inquietanti contraddizioni e tristissimi ricordi di ferite mai curate), in questi anni tanto tesi e difficili, Riva comincia una casa editrice non con un’opera politicamente impegnata, ma con un libro di poesie e per bambini: fu senza dubbio un’impresa coraggiosa. E lo fece in una città di provincia come Reggio Emilia, la Mosca italiana, dove da vent’anni non si vedevano altro che balletti russi e mostre di pittrici cecoslovacche, dove, nelle librerie, sovvenzionate dal partito al potere nella città, si vendeva solo la saggistica degli Editori Riuniti e dove, nei giardini di infanzia, ci si vantava di educare i bambini alla novità dell’ateismo. Ecco, in questo contesto, unico forse in Italia e sicuramente molto sui generis, la casa editrice di Riva era una pianticella non prevista, un fuori luogo, un’operazione che si potrebbe definire straniera o barbara. In più, in una di quelle poesie di quel primo libretto, appariva anche la parola “Gesù” che, insomma, per dirla in breve, non era molto di moda in città, dove don Camillo aveva divorziato da Peppone, al quale erano rimasti come oppositori una serie di personaggi sostanzialmente grigi, molto conservatori e, dobbiamo dirlo, silenziosi e per lo più incolti.
Il nome della casa editrice, Città Armoniosa, era frutto dell’incontro con la poesia di Charles Péguy, il socialista cristiano, morto nella battaglia della Marna, che aveva dato alla Francia, oltre alla sua vita, un notevole saggio di intelligente pensiero nei suoi Les Cahiers de la Quinzaine. Anche il nome della casa editrice era dunque coraggioso, perché metteva in guardia dal qualunquismo, prospettando un’utopia –la città armoniosa– in un contesto sociale che al fondo covava violenza e l’armonia era lettera morta. Il motto della casa editrice era tutto un programma: “Carmina non dant panem”, che era un po’uno schiaffo morale all’editoria che stava scivolando verso i puri e semplici affari, pubblicando romanzi spesso mal scritti, con operazioni commerciali svincolate da un’effettiva ricerca letteraria e artistica. E il simbolo di Città Armoniosa era una rondine in viaggio, presto famosa, che era anch’essa l’espressione di un desiderio: volare lontano, ma farlo con bellezza e senza pretese, sapendo che si ritornerà, ché sempre si deve ritornare, quando giunge l’ora. In molti, per tutte queste ragioni, augurarono di buon cuore insuccesso alla casa editrice Città Armoniosa. I più pensavano che sarebbe stata come l’erba del campo di evangelica memoria, che nasce al mattino e alla sera è già secca. Ma questo non accadde. Quattro anni dopo, nell’80, Città Armoniosa era nella cinquina del Campiello, con Luciano Marigo; e poi, poco dopo, riusciva a vincere, grazie ai suoi autori –tutte nuove scoperte–, i più importanti premi letterari, tra cui il Premio Viareggio opera prima, togliendo il posto a case editrici molto potenti. E in realtà, tra gli addetti ai lavori, non si parlava che degli “armoniosi”, come venivano definiti i due o tre collaboratori di Riva, ai quali erano aperte le porte anche più notoriamente blindate. Cosa degna di stupore, se pensiamo che Città Armoniosa era davvero svincolata da qualsiasi gruppo di potere, fosse esso politico, culturale, economico o religioso.
Se sfogliamo il catalogo del 1980, vediamo che la casa editrice aveva già al suo attivo 16 collane con 96 autori (tra i quali ne cito solo alcuni, per dare l’idea del tipo di catalogo: Bloy, Turoldo, Descalzo, Daisne, Gozzano, Gratry, Francis Jammes, Lagerkvist, Lacordaire, De Lubac, Raimondo Lullo, Nievo, Ramuz, Santucci, Schneider, Neera), e –nota interessante– in questo stesso catalogo si dichiara che Riva ha ceduto la casa editrice a Novastampa, una tipografia piccolissima, con sede in via Cecati a Reggio Emilia, per non portare da solo il peso dei debiti accumulati in sei anni di onesto lavoro culturale.
Oltre a riscoprire vecchi, notevoli testi di letteratura dimenticata, Città Armoniosa proponeva il nuovo. Arrivavano opere inedite italiane e opere edite da ogni parte del mondo (da Gallimard, Grasset, L’Âge d’Homme, Hachette, Herder, eccetera). Le agenzie letterarie avevano incontrato uno spazio in cui i libri venivano letti, in russo, in francese, in italiano, in spagnolo, in inglese, in rumeno, in arabo, in ebreo e in greco… per essere poi tradotte e pubblicate: la piccola casella postale 291 (alla quale se ne era aggiunta una nuova, la 243), era diventata un mitico punto di incontro, e le poste reggiane, che non sono molto grandi, videro notevolmente aumentato il loro lavoro e a volte se ne lamentavano. E un giorno arrivò anche il dattiloscritto del Dies irae di Antonio De Petro. Il romanzo venne pubblicato in pochi mesi. Si era soliti, a quel tempo, pubblicare un 200-300 copie di primissima edizione: erano le copie riservate ai critici e ai giornalisti. Le recensioni di Giovanni Arpino sul Giornale, quella di Paolo Volponi, e la notevole rassegna dell’Eco della Stampa, un servizio di raccolta di articoli pubblicati, furono entusiaste. Tutti volevano parlare di questo romanzo. Si diceva che fosse nato un grande scrittore, un nuovo Gadda, un nuovo Pasolini, un Brecht italiano, un vero romanziere-antiromanzo. Il Dies irae vinse il Premio Castiglioncello nell’81.
Ma la rondine di Città Armoniosa volò ben presto oltre i confini d’Europa, verso le Americhe e l’Oriente. E oggi, come allora, cerca finanziamenti e collaboratori, e anche un posto dove potersi posare per un po’, per poi ripartire, come sempre ha fatto e sempre farà.
Piazza Paolo VI, Ponte di Legno
Orari di apertura
Sabato 8 agosto : dalle 9.00 alle 12.00
Domenica 9 agosto : dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 17.00 alle 20.00
Lunedì 10 agosto : dalle 9.00 alle 12.00

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