Uno straniero è mio fratello
«Uno sconosciuto è il mio amico, uno che io non conosco», scriveva Pär Lagerkvist, e Vladimir Sabillón lo ricorda bene, parafrasando il poeta svedese. Non si tratta soltanto di un titolo poetico, ma della chiave attraverso cui leggere un intero percorso artistico: quello di un pittore che ha conosciuto l’esperienza dello sradicamento, del viaggio e dell’incontro con culture diverse.
Nato e formatosi in Honduras, oggi residente in Italia, Sabillón porta nella propria pittura la memoria di due continenti, ma soprattutto la consapevolezza che ogni identità autentica nasce dall’incontro con l’altro. Lo straniero, nelle sue opere, non è mai semplicemente colui che proviene da un altro luogo: è la condizione universale dell’uomo, continuamente in cammino verso un volto che ancora non conosce. Questa prospettiva attraversa la sua opera artistica, intesa come una forma di resistenza alla paura e come un luogo capace di custodire la speranza.
L’esposizione che Tonalestate presenta quest’anno propone un percorso che comincia dalla giovinezza dell’artista fino ad oggi, il tempo dell’età adulta dell’artista. Da una parte i primi lavori, realizzati in tecnica mista durante gli anni della formazione romana, con la memoria della sua Tegucigalpa natale ancora fresca, la sua pittura sradicata e trapiantata in un’altra terra; dall’altra una recente serie di acquerelli eseguiti con uno sguardo più profondo, riflessivo. La distanza cronologica è evidente, ma ancora più significativa è la trasformazione del linguaggio grafico e pittorico.
Le opere giovanili mostrano un artista impegnato in un processo quasi archeologico di costruzione dell’immagine. I volti appaiono frammentati, attraversati da linee dinamiche, mai assopite, da piani cromatici che si sovrappongono e da segni che sembrano incidere la superficie, quasi fossero muscoli allo scoperto, novelli San Bartolomei. La figura umana viene quasi smontata per essere ricomposta secondo una logica interiore più che anatomica. Si avverte l’influenza della grande tradizione espressionista latino-americana, ma anche una ricerca personale che utilizza la scomposizione del volto per parlare della complessità dell’identità. Non esiste un punto di vista stabile: ogni volto contiene contemporaneamente molte persone, molte memorie, molte ferite. Il colore è vivace, contrastato, spesso drammatico; la materia grafica costruisce una tensione continua tra ordine e disordine.
In quei lavori, il volto sembra essere un territorio di conflitto. Ogni linea aggiunta genera una nuova possibilità interpretativa; ogni sovrapposizione nasconde e rivela qualcosa. L’identità appare ancora da conquistare, continuamente minacciata dalla frammentazione dell’esperienza. È una pittura che nasce dall’urgenza del segno, dal bisogno quasi fisico di interrogare la condizione umana attraverso la deformazione.
Gli acquerelli recenti sorprendono invece per la loro essenzialità. La frammentazione non scompare completamente ma viene interiorizzata. Tutto ciò che prima veniva costruito attraverso una molteplicità di materiali e colori ora viene affidato quasi esclusivamente al dialogo tra il blu e il bianco della carta. È una scelta che implica una profonda maturazione. L’artista rinuncia alla complessità materiale per affidarsi alla forza della luce, del vuoto e dell’acqua. I volti emergono lentamente dalla carta come apparizioni e, spesso, alcune parti rimangono volutamente incompiute, lasciando che sia lo spettatore a completare l’immagine. L’acquerello, tecnica fragile e imprevedibile, diventa il mezzo ideale per raccontare la vulnerabilità dell’uomo.
Anche il segno cambia radicalmente. Dove prima dominava l’accumulo, ora prevale la sottrazione. Le pennellate sono più libere, respirano, lasciano spazio al silenzio. Lo sguardo non viene più catturato dalla complessità della composizione ma dalla profondità dei volti. Ogni ritratto sembra sospeso in un tempo di attesa. Non racconta un evento preciso, ma uno stato dell’anima. Gli occhi chiusi, gli sguardi abbassati, le mani che proteggono il volto parlano di interiorità, di ascolto, di una dignità che resiste anche nella sofferenza.
Eppure, osservando attentamente entrambe le serie, emerge una sorprendente continuità. Il vero soggetto non è mai il ritratto in quanto tale, ma la persona. Sabillón non dipinge la semplice somiglianza con un soggetto a lui vicino ma dipinge l’umano. Per questo i suoi volti appartengono a una geografia vasta: latinoamericani, africani, europei o mediorientali. Appartengono tutti a quella comune umanità che l’artista definisce “mio fratello”. È lo stesso orizzonte che anima il dipinto Identità negate scelto da Tonalestate come suo manifesto dell’edizione 2026, opera nella quale il viaggio dei migranti nel Mediterraneo diventa simbolo della ricerca universale di una patria e di un’identità.
Ma ci sono anche due volti di fanciulli, che con limpida innocenza ci scrutano, senza domandare da dove veniamo o che lingua parliamo, ci accolgono con sincerità. Il tratto è più deciso, i contorni più netti, nei toni blu, incombono il rosso, il giallo e l’arancione, quasi fosse la luce del sole che illumina il mattino. I grandi acquerelli conservano la leggerezza e la trasparenza che caratterizzano la produzione più recente, ma ampliano lo spazio della composizione, permettendo alla figura di instaurare un rapporto più intenso con il vuoto e con la luce. Il grande dipinto a olio, invece, restituisce tutta la monumentalità della ricerca di Sabillón: la materia pittorica torna a farsi più corposa, senza rinunciare alla profonda essenzialità conquistata negli anni.
“Uno straniero è mio fratello” non costituisce una dichiarazione morale, né un semplice invito all’accoglienza. Esprime una precisa visione antropologica. L’altro non diventa mio fratello perché lo conosco, ma perché abbiamo strutturalmente la stessa origine e lo stesso destino.
Davanti a un mondo attraversato da guerre, migrazioni e nuove forme di disumanizzazione, l’arte non offre soluzioni politiche né risposte immediate. Può però salvare qualcosa di essenziale: il nostro sguardo. Può restituire un volto dove vediamo soltanto numeri, un nome dove vediamo soltanto masse anonime, una storia dove percepiamo soltanto emergenze. È precisamente questa la responsabilità che Sabillón attribuisce al lavoro artistico: impedire il naufragio dello sguardo umano. Ogni volto esposto diventa un incontro. Ogni straniero diventa un fratello. E ogni spettatore è invitato non semplicemente a osservare delle immagini, ma a lasciarsi interrogare dalla presenza di un altro uomo che, pur rimanendo sconosciuto, continua misteriosamente a richiamarci la nostra comune appartenenza.
Piazza Paolo VI, Ponte di Legno
Orari di apertura
Sabato 8 agosto : dalle 9.00 alle 12.00
Domenica 9 agosto : dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 17.00 alle 20.00
Lunedì 10 agosto : dalle 9.00 alle 12.00

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